Figlio di…ossimoro

Strano. Ci penso proprio ora. Apro un foglio per prendere appunti e metto su le cuffie per ascoltare della musica. Nessun genere in particolare anche se oggi va di moda l’indie-rock-alternative. Beh, che sia originale o meno, che vada di moda o meno sta di fatto che mi piace. Ma la questione è un’altra, mi fa specie il fatto che scrivere mentre indosso le cuffie e le tracce musicali si susseguono mi fa acquisire una certa confidenza con la tastiera, le lettere, le parole e (soprattutto) con i pensieri. Sì. Quasi come se le cuffie e la musica stessero lì a proteggermi ed al tempo stesso isolarmi dal resto. Quasi come se mi permettessero di poter dire e scrivere qualsiasi cosa. Fare un patto con il caos dei mille elementi che compongono ogni singolo tassello di ogni singolo pensiero. Tutto come in un mosaico. In effetti meglio che quando rileggo, tolga le cuffie. Questo blog è nato con l’idea di raccogliere un pò di sensazioni, fatti e punti di vista sui viaggi. Ma al tempo stesso è stato un impulso per cominciare a fare una cosa che forse mi è sempre appartenuta alla quale però non ho mai voluto (vuoi per tempo vuoi per modi di pensare) dare la giusta attenzione. O forse perchè non ho mai voluto mettere su un paio di cuffie. Potrebbe essere anche questa una forma di viaggio. Filtrare con gli occhi della mente le scene di vita che passano veloci giorno dopo giorno per cominciare a metabolizzare gli elementi che le compongono per approdare poi a quello che è il tuo punto vista e plasmare il tuo approccio alle cose facendone basi solide per la tua esperienza. Come recita una battuta di un film: “il buon senso deriva dall’esperienza anche se l’esperienza la si fa senza buon senso”. E fare esperienza è, forse, una delle più grandi forme di viaggio. Non c’è bisogno di sbarcare nei posti più lontani e remoti del pianeta per poter dire di aver viaggiato. Non c’è bisogno di volare nei punti più in e alla moda per poter dire di aver visto e vissuto un luogo. Credo che una delle facce più interessanti del viaggio sia il mettersi al confronto col proprio io e conoscersi nei contesti più disparati a braccetto con la propria ombra. Sempre più spesso mi trovo a dover fare i conti con l’incapacità di percepire le mie sensazioni. Una strana forma di atarassia per dirla alla Democrito. Una sensazione che mi accompagna spesso in uno dei viaggi più strani e interessanti della mia vita. Ebbene sì. Per quanto possa sembrare banale e scontato il viaggio in questione credo sia quello che in quest’utimi anni sta dandomi più elementi di discussione di ogni altro fin’ora fatto. A quale viaggio mi riferisco? A quello che dal Nord mi porta a “casa” giù al Sud. Banale vero? Forse dal punto di vista organizzativo, sì. Non c’è bisogno di alcuna particolare forma di pianificazione di tappe, pernottamenti etc. In realtà il viaggio di cui parlo è quello che ogni qualvolta mi sposti mi investe come un treno alta velocità nell’animo e nella mente. Quello che visualizza sul display il senso di non appartenenza a nessun luogo. Forse è questa la vera faccia del viaggio. Spesso mi danno del napoletano atipico (in Italia) e dell’italiano atipico (all’estero). Un’affermazione che mi piace definire “ossimorica”. L’accostamento di due termini incompatibili tra loro dei quali uno di essi ha sempre una funzione determinante nei confronti dell’altro come in un passo a due dove la combinazione tra azione e consapevolezza è di fondamentale importanza. L’ossimoro è di suo un contrasto. Dall’etimo greco: “acuto” ed “ottuso”. E’ il mix tra quello che è pungente, perspicace e sottile con quello che è la mancata capacità di assecondare le sensazioni. In effetti fare un’analisi di queste due affermazioni (napoletano atipico e italiano atipico) mi fa sorridere da un lato e dall’altro mi lascia riflettere. Se è vero che una delle due ha sempre una funzione determinante sull’altra, mi piacerebbe capire quale dei due aggettivi dovrebbe farmi sorridere e quale dovrebbe farmi riflettere? L’aggettivo che delinea le mie origini o l’aggettivo che sovverte gli schemi generali che si nascondono in un accento od un tratto somatico? Quale dei due dovrebbe essere la mia giusta dose di complimento? L’italiano stiloso e latin lover così come il napoletano simpatico e caloroso oppure l’atipico che scombina quei luoghi comuni figli di annosi pregiudizi? E se invece per italiano e napoletano non s’intende lo #stiloso#latinlover#simpatico#caloroso? Poco importa quale sia il complimento, sta di fatto che finchè i due aggettivi viaggeranno assieme e permuteranno l’ordine degli addendi, il risultato (contrariamente a quanto accada in aritmetica) cambierà non tanto nel risultato dell’affermazione quanto nel mio modo di pensare. Ebbene sì. Il sentirmi figlio di nessun luogo mi lascerà il giusto spazio per scrivere quella che è la mia esperienza abbandonando i pregiudizi incastonati nelle storie di ogni luogo e potrò cominciare a viaggiare sul serio. Un viaggio che porterà ognuno di noi a conoscere quel demone che abita in noi e che spesse volte fa a botte con le nostre azioni. Chi è quel demone? Il nostro carattere vestito da personalità.

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