L’acrobata

Se correre ed urlare ti consentono in qualche modo di dar pace ai sensi esaurendo le tue ultime energie, scrivere dovrebbe concederti in qualche modo di mettere ordine tra idee, pensieri e punti di vista. Articolati o semplici, strutturati o caotici che siano il disporli su un foglio bianco, spesse volte, è più complesso dell’analisi stessa. Ci si chiede quale sia l’elemento che ci disorienta: il foglio bianco, per quanto semplice ed innocuo si presenti ai nostri occhi, o il timore che qualcuno leggendoci (nel suo significato più proprio) possa cominciare a conoscerci? Per la seconda, forse, basterebbe semplicemente non scrivere oppure farlo ma tenersi per sé fogli ed inchiostro. Per la prima, invece, credo che sia il foglio bianco capace di intimorire anche i più abili. Un elementare pezzo di carta senza né righe né riquadri ti trasferisce quella strana percezione di sgomento. Come a dire: a te la prima mossa, vediamo cosa sai fare. Ed è in quel preciso istante che ogni singolo atomo di ogni tuo singolo pensiero si lancia in coreografici balzi sgomitando e facendosi largo tra tutti gli altri. Nessuno prevale sull’altro. Son lì sospesi, pronti per il prossimo giro, per il prossimo vortice per combinarsi ed assumere una nuova forma. Tanto più complessi, tanti più tasselli, tante più possibilità di combinazione. Un altro giro un’ altra corsa. Ogni frammento prende posto, trova la sua giusta collocazione e si circonda di altri suoi omologhi. Ma basta un niente che, al crollare di uno di essi, si perda l’armonia natìa. E’ qual’è il risultato? Una nuova idea, un nuovo punto di vista. Anche se ha le fattezze di un errore, la logica conseguenza è la decisione presa ancor prima di realizzarla. Prima ancora che quel tassello prendesse il proprio posto. Come il giocoliere di turno che, al semaforo, tiene compagnia autisti, conducenti e passeggeri. Casca un birillo e di seguito tutti gli altri. Ma lui spalanca le braccia, sorride e riprende in mano la propria vita più energico di prima. I birilli di legno vanno ora in alto in perfette e sincronizzate piroette senza nulla temere. Più forti di prima. A compimento dell’esercizio, prima che il colore verde dia il via libero a clacson e sprint da formula uno, l’acrobata spalanca con forza le braccia e sorride con immensa soddisfazione. Ma non c’è tempo per starsene lì. Il caos dei mille elementi ha ripreso la sua incessante corsa. Scale mobili in costante movimento, luci alternanti secondo precisi algoritmi, viaggiatori in sincronia l’uno con l’altro per non scontrarsi. Abbronzati dalle luci bianche dei display di tablet, pad e cellulari. Isolati dal resto da occhiali, cappelli e cuffie. Teste chinate per sfuggire agli sguardi, per non essere infastiditi dai mendicanti, per rispondere all’ennesimo gruppo chat su cosa fare prossimo weekend di prossima settimana. Organizzare la cena per il prossimo Giove perchè Mercole hai un ape con i colleghi. Per non dimenticare la giusta dose di allenamento per il proprio fisico e ricordarsi di mangiare sano. Il vegetariano ti ricorda di cibarti di prodotti vegetali per condurre uno stile di vita salubre nel mentre siete in fila al distributore automatico di sigarette. <<Quelle fanno bene?>>, ti chiedi. <<Non provengono da animali>>, pensi. Più appropriato, in tal caso, fumare vegetale. Magari dopo l’ennesimo drink nel mentre che il fegato è in viaggio in giro per il mondo. Ricordarsi di mangiare sano. Il vegano ti racconta di cibarti di prodotti di origine non-animale per contrastare lo sfruttamento degli animali nel mentre, in perfetta tenuta hipster-radical-chic di tessuti hand-made in Paesi del Sud-Est asiatico realizzati da bambini sotto i 10 anni, controllano chat, aggiornamenti stato e pubblicazioni di massime ed aforismi da smartphone i cui componenti elettronici sono prodotti in paesi del Sud-Est asiatico ed i materiali di scarto della produzione inquinano terre e sottosuoli dai quali nascono e crescono i prodotti vegetali. <<E adesso chi glielo dice al vegetariano?>> Nessun problema, facciamoci un altro drink. Questo locale spacca…le balle. In fila per entrare tra saluti, abbracci e baci ad energumeni addetti alla selezione per l’ingresso. Salutarli fa figo e non impegna e ti lascia scavalcare la fila. Un tempo giacca e camicia, poi camicia ed ora se non hai berretto e canotta stile Los Angeles Lakers o Boston Celtics non sei originale. <<Ma scusa, siete in tanti vestiti uguali ed io sono quello non originale?>>. Non c’è tempo per le domande, il semaforo è di nuovo verde. Altro giro altra corsa. I tasselli riprendono la loro incessante corsa. Si combinano e ricombinano in perfetti mix serviti al bancone del bar barattati con sorrisi dal rossetto rosso per un pass d’uscita o da labbra umide per un drink gratis. A me, come un acrobata di strada, non resta che spalancare le braccia, sorridere e riprendere in mano la mia vita. Altro giro altra corsa. 

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